Lug 28

BilancioIl recente vertiginoso aumento dei tassi di interesse farebbe pensare che un impianto fotovoltaico possa non essere più redditizio. Vediamo perché non è così.

La formulazione di una previsione attendibile dei costi energetici nell’arco dei prossimi 25 anni richiede un’analisi preventiva di quanto si è verificato a seguito della crisi petrolifera degli anni ’70.

All’epoca, il costo del greggio superò, in valori attualizzati, quello odierno, determinando una crisi che durò circa 15 anni. Questa crisi fu caratterizzata da un fenomeno noto come stagflazione, ovvero da una situazione caratterizzata da una forte inflazione e da una contemporanea stagnazione dell’economia. In Italia la situazione venne superata tramite la cosiddetta svalutazione competitiva, strumento oggi non più disponibile. In realtà il ciclo economico, legato alla crisi, fece sentire i suoi effetti fino alla fine degli anni ’90, periodo in cui il costo del danaro finalmente si abbassò. Va tuttavia precisato che gli ultimi anni di tale ciclo economico furono caratterizzati da un’inflazione legata prevalentemente alla crescita dell’economia conseguente all’abbassamento dei costi energetici.

Vi sono delle analogie fra la situazione di allora e quella odierna che vanno considerate nella formulazione di una previsione costo-beneficio di un investimento in campo energetico. A similitudine di quanto accadde all’epoca, vi è un’oggettiva mancanza di disponibilità di nuovi giacimenti di petrolio, a cui si aggiunge un incredibile aumento della domanda, dovuto alle crescenti richieste di Cina ed India, che fanno comprendere come non sia prevedibile un abbassamento dei prezzi petroliferi per molti anni.

Nuovi investimenti in campo energetico, sia volti alla ricerca e allo sfruttamento di eventuali nuovi giacimenti, sia volti alla diversificazione delle fonti di produzione (nucleare, solare termodinamico, ecc.) porteranno a risultati significativi non prima di una quindicina di anni e determineranno conseguentemente l’effettiva chiusura del ciclo economico non prima di 20-25 anni, a similitudine di quanto avvenuto in passato.

Sulla base delle suesposte considerazioni, si può ipotizzare un periodo di forte inflazione con un’inflazione sui prodotti energetici che sarà superiore al tasso generale. Il picco di questo fenomeno potrà avvenire probabilmente fra 5-8 anni, per poi rientrare progressivamente. Al momento in cui gli investimenti energetici cominceranno a dare i loro frutti, fra circa 15 anni, il differenziale di inflazione sui prodotti energetici si annullerà. L’inflazione generale rimarrà comunque relativamente alta per tutto il ciclo che, come detto in precedenza, sarà probabilmente di durata pari a circa 25 anni.

Senza poter scendere in ulteriori dettagli previsionali, si può semplificare un andamento di questo tipo, assumendo un tasso inflativo medio pari al 5,0% (più o meno il tasso Eurirs) ed un surplus inflativo medio sui prodotti energetici pari al 1,5% per i prossimi 15 anni. Secondo questo modello, risulta evidente che un eventuale investimento in campo energetico dovrebbe venire ammortizzato in circa 15 anni e dovrebbe essere basato sul reperimento di fondi a tasso fisso, anche al costo di pagare il danaro a valori relativamente elevati.

Un impianto fotovoltaico, come quello oggetto del nostro esempio (20 kWp, costo 120.000 Euro al netto di IVA) ha una durata di oltre 25 anni. Il piano di investimento proposto presenta uno scenario cautelativo dal punto di vista tecnico.

Si suppone infatti che la perdita di efficienza dell’impianto sia pari al massimo previsto dalla garanzia del produttore, ossia sia pari all’1% all’anno. Si suppone anche che le perdite del sistema siano piuttosto elevate e che l’insolazione non sia ottimale. La manutenzione ordinaria sarà al netto di IVA pari a circa 1.000 euro l’anno e a metà della vita utile dell’impianto si provvederà alla sostituzione dell’inverter per un valore in termini odierni pari ad altri 6.000 euro.

Il meccanismo del DM del 19 Febbraio 2007 (modificato dal comma 150 dell’Art.2 della Finanziaria 2008) prevede un incentivo pari per l’impianto in questione a 0,42 euro/kWh per tutti i kWh prodotti nei primi 20 anni di produttività dell’impianto. L’incentivo è esente da IVA e da tassazione. Inoltre tutta l’energia prodotta può essere utilizzata dal proprietario dell’impianto entro un periodo di 3 anni dal momento in cui viene prodotta, senza dovere nulla alla compagnia con cui ha il contratto di fornitura elettrica.

Assumendo un costo del denaro ad un tasso fisso del 6,7% ed un periodo di ammortamento di 15 anni, si nota come il guadagno netto, in termini attualizzati per gli impianti in questione, sia pari, pagato l’investimento, a oltre 60.000 euro, a cui si aggiungono passività iscrivibili a bilancio pari a oltre 75.000 euro, che aumentano ulteriormente la redditività dell’investimento. Il costo del leasing o del mutuo, l’assicurazione e la manutenzione, entrano infatti nel bilancio societario come passività. Lo scambio di energia comporta il meccanismo opposto: quella acquistata entra come passività, mentre l’energia scambiata non comporta voci di bilancio e deve conseguentemente venire tolta dalla passività. Se poi foste in grado di pagare l’impianto in contanti, rientrereste con il capitale, sempre attualizzando per l’inflazione (assunta al 5,0%), in circa dieci anni, realizzereste un guadagno netto di circa 90.000 euro e potreste inoltre iscrivere a bilancio passività per oltre 46.000 euro.

Che ne dite?

Leggi anche Perché un’azienda dovrebbe installare un impianto fotovoltaico – Parte 1

1 commento »

1 commento su “Perché un’azienda dovrebbe installare un impianto fotovoltaico? – Parte 2: valutazione economica e fiscale dell’investimento”

    Cristian Savoldi Scrive:
    7 maggio 2009

    In seguito all’esempio economico svolto sull’impianto da 20 Kwp ed analizzato l’interessante guadagno netto, mi sorge spontanea una domanda: il guadagno netto di 90.000 euro si sommerebbe quindi al mio reddito personale per cui pagherei tasse per il 55%, perchè non tarare un ammortamento dell’impianto in 20 anni con cessione del credito e rendersi indipendenti a livello energetico senza sborsare soldi di tasca propria? Ci guadagnano le banche? L’importante è che io non spenda soldi per l’investimento e risparmi sul mio costo energetico.
    Cosa ne pensate di questa riflessione?

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